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Prima trasmissione a colori in Italia: il retroscena che ha sorpreso tutti

Corrado Bertarellidi Corrado Bertarelli· 06/08/2026 20:02
Prima trasmissione a colori in Italia: il retroscena che ha sorpreso tutti

Per anni abbiamo creduto che il debutto del colore in Italia fosse un momento da ribalta, luci e applausi: un volto noto in primo piano, la regia che scorre, la grafica che si accende. E invece il retroscena sorprende. La prima immagine a colori ufficialmente irradiata sui canali nazionali non fu una star, ma un freddo monoscopio, quelle barre tecniche con cerchi e griglie che i negozianti usavano per regolare la tintarella dei televisori. Una partenza in punta di cacciavite, più che di trombe. Ed è proprio dentro questa discrezione, tutta ingegneristica, che si nasconde la vera storia del nostro passaggio dal bianco e nero al colore.

Un Paese in bianco e nero che temeva il superfluo

L’Italia arrivò tardi al colore, e non per mancanza di tecnologia. Negli anni Settanta il dibattito fu profondamente politico e sociale. Con la crisi energetica, le campagne contro gli sprechi e l’idea che il “colore” potesse essere un vezzo inopportuno, i governi dilatarono i tempi. Le cronache del periodo raccontano riunioni interminabili al Ministero delle Poste e Telecomunicazioni: si discuteva di consumi elettrici, di opportunità culturale, di costi per le famiglie.

I dati del settore, diffusi allora in modo frammentario, parlavano di un parco apparecchi già pronto o quasi, grazie a produttori italiani che avevano fiutato la direzione internazionale. Intanto l’Europa correva: in Germania e nel Regno Unito la TV a colori era normale amministrazione da anni, e gli eventi sportivi diventavano cartoline sgargianti, mentre in Italia scorrevano grigi.

Le prove dietro le quinte: nastri, camion regia e appunti a matita

Dietro la facciata prudente, le prove non mancavano. Nei laboratori e negli studi si testava il colore già dalla fine degli anni Sessanta, prima con il sistema francese e poi con quello tedesco. Ho visto quei nastri in una videoteca storica di Milano: etichette con date, codici e quella scritta onesta come un timbro anagrafico, “sperimentale”. Alcuni riportavano note curiose: “pelle troppo satura”, “blu da attenuare”, “prova sigla varietà”.

Chi c’era in regia ricorda camion OB (Outside Broadcast) equipaggiati per i colori molto prima del via ufficiale, pronti a documentare eventi destinati all’Eurovisione o ad archivi interni. Spesso quei girati non andavano in onda, o finivano in bianco e nero. Era come allestire una vetrina a luci spente, in attesa del sì politico.

Il colore che arrivò dal mare e dai confini

Prima ancora che il servizio nazionale partisse, porzioni d’Italia vedevano già il colore. Dalla Riviera alle città del Nord-Est, molti sintonizzavano canali oltreconfine. Telemontecarlo irradiava dalla Costa Azzurra, Telecapodistria dalla Jugoslavia. In negozio, tra una lavatrice e un giradischi, troneggiavano televisori “multistandard”: un aggettivo che allora suonava come una promessa. Il commesso accendeva, girava una manopola e la vetrina si accendeva di rosso e di blu. Il pubblico ne usciva con un’idea chiara: il colore non era fantascienza, era solo rinviato.

Molti italiani con antenne puntate verso il mare o i crinali delle Alpi si godettero festival musicali, partite e varietà in tinte vivaci, ben prima del 1977. È uno dei paradossi più affascinanti della nostra storia televisiva: il primo colore visto in Italia, per tanti, non parlava italiano.

La scelta dello standard: perché vinse il sistema PAL

Lo scontro tecnico, appassionato e per specialisti, ruotava attorno agli standard. La discussione tra SECAM e PAL aveva risonanze industriali e geopolitiche. L’industria europea, le linee guida dell’Unione Europea di Radiodiffusione (EBU) e l’analisi dei tecnici puntarono gradualmente verso la stabilità cromatica del PAL, più tollerante agli errori di fase.

Secondo la documentazione tecnica dell’epoca, la filiera produttiva italiana — dai tubi catodici alle telecamere — era già pronta a quell’orizzonte. Una volta definito il perimetro, la transizione non era più questione di se, ma di quando e come.

La cornice normativa: la riforma Rai e la rotta del servizio pubblico

Il cambio di passo arrivò con la grande riforma del servizio pubblico e la ridefinizione della sua missione. La Legge 103/1975 non parlò solo di governance: fissò il perimetro editoriale e tecnologico entro cui leggere l’innovazione. In parallelo, le decisioni europee e i tavoli tecnici nazionali inquadrarono il percorso di adozione del colore come investimento strategico e non come capriccio.

Secondo le letture accademiche più accreditate, la riforma chiarì un punto chiave: il colore doveva essere una leva di contenuto e qualità, non solo un tocco estetico. Quell’orientamento, oggi diremmo “di policy”, sbloccò tempi, piani di spesa e priorità editoriali.

1977: l’avvio ufficiale e la pratica quotidiana

Quando arrivò il via libera, il palinsesto fece subito spazio a programmi pensati per il colore. Le scenografie si riempirono di superfici pastello, le grafiche si fecero più attente ai contrasti, le sigle — mio pallino da sempre — cominciarono a usare animazioni e fondali che esaltavano la nuova tavolozza. I negozi si organizzavano con dimostrazioni a orari fissi, i giornali pubblicavano guide: “Come regolare il verde senza eccedere”.

Eppure, il primo fotogramma della nuova era non fu una sigla. In molte città, a cavallo dell’accensione dei trasmettitori, comparve in onda il monoscopio a colori: barre SMPTE o varianti europee, con reticoli e cerchi concentrici. Per i tecnici era un semplice strumento di calibrazione; per il pubblico, l’annuncio silenzioso che il colore era arrivato. Niente fanfare. Un cartello, eppure epocale.

Il retroscena che ha sorpreso tutti

Lo raccontano i registri di regia e le memorie dei negozianti: nei minuti che precedettero i primi appuntamenti “a colori”, gli impianti misero in onda il segnale di prova, indispensabile per allineare camere, ponti e trasmettitori. Il risultato è che la prima immagine ufficiale a colori, in Italia, non fu un volto o un varietà, ma un monoscopio. Paradossale? Forse. Logico? Assolutamente sì.

Del resto, era coerente con una transizione governata dagli ingegneri prima che dagli autori. Un inizio che stringe la mano a chi, in silenzio, allineava crominanza e luminanza mentre il Paese ancora discuteva se fosse il momento giusto.

Sigle, varietà e pallone: come cambiò lo spettacolo

Appena il sistema si stabilizzò, l’effetto sui generi fu immediato. Il varietà abbandonò fondali monocromatici: i costumisti lavorarono su palette anti-moiré, gli scenografi scoprirono materiali che restituivano il colore senza ingannare le telecamere. Le sigle — ricordo ancora una cassetta con “Prova cromatica titoli: rosso fuori scala” — divennero terreni di sperimentazione grafica.

Nel calcio e nel ciclismo cambiò la regia: campi lunghi più generosi, telecamere che inseguivano la macchia di colore delle maglie, ralenti che valorizzavano l’erba e il cielo. Gli eventi in esterna, spesso ostici per la resa cromatica, impararono a convivere con luci “miste” e bilanciamenti complessi, un’arte che oggi diamo per scontata.

Il pubblico tra desiderio e budget: prezzi, assistenza, adattatori

Non tutti poterono aggiornarsi subito. I listini iniziali dei televisori a colori pesavano sui bilanci familiari; gli “adattatori” e i decoder interni per agganciare al meglio la crominanza su segnali non sempre puliti divennero un piccolo mercato a sé. I dati dei rivenditori dell’epoca indicano che fu determinante l’offerta a rate e la rottamazione dell’usato in bianco e nero.

Il risultato fu una curva di adozione rapida, trainata da alcuni appuntamenti-ancora: grandi partite, show serali, cinema in TV. La promessa non era solo “vedere meglio”, ma “capire meglio”: grafica più leggibile, mappe meteo più efficaci, costumi che raccontavano i personaggi prima ancora che parlassero.

Falsi inizi e prime volte “invisibili”

Nella memoria circolano molte “prime volte” che non furono tali per il grande pubblico. Ci sono state riprese a colori destinate a circuiti internazionali e rimesse in onda nazionale in bianco e nero; edizioni “fantasma” di notiziari registrate in crominanza per misurare saturazioni e resa delle carnagioni, poi archiviate. Alcune emittenti locali, nate sull’onda della liberalizzazione dell’etere, provarono il colore prima della rete nazionale, ma con coperture e potenze limitate.

Sommando tutti i tasselli, il quadro cambia: la storia del colore in Italia non è una porta che si apre di colpo, è una sequenza di cerniere oliate piano, fino al clic finale del 1977.

Standard e linee guida: l’effetto a catena sulle professioni

L’adozione del colore alzò l’asticella professionale. Registi, direttori della fotografia, scenografi e tecnici luci seguirono corsi interni e linee guida ispirate anche alle raccomandazioni europee. La EBU spingeva per uniformità e interoperabilità, dai livelli di nero alle temperature colore. Il set cambiava grammatica: i costumi evitavano righe sottili, i microfoni si nascondevano meglio in palette più complesse, il trucco corregeva dominanti impreviste.

La spinta alla qualità contagiò anche l’archivio. Nastri e pellicole furono ricatalogati con indicazioni cromatiche, nacquero procedure per il controllo qualità colore, si investì in monitor di riferimento. È anche per questo che oggi possiamo rivedere quelle prime stagioni e riconoscerne la cura.

Perché quel monoscopio conta ancora oggi

Nell’epoca dello streaming e dell’UHD, il monoscopio sembra un reperto. Ma racconta una verità che vale sempre: le rivoluzioni tecnologiche in TV nascono in control room prima che sul palco. Oggi lo vediamo con l’alta gamma dinamica, il surround, i metadati che si prendono carico della resa su mille device. Allora, come adesso, i cambi di epoca passano per un cartello tecnico prima di consegnarsi allo spettacolo.

È una lezione di metodo: partire dalla qualità del segnale, condividere standard, formare le maestranze, poi accendere i riflettori. Quell’Italia che si presentò in colore con un monoscopio scelse la concretezza alla retorica, e fece bene.

Fonti, memorie e ciò che resta da scoprire

Le fonti autorevoli — dai bollettini tecnici alle cronache “industriali” — convergono: il 1977 segnò l’avvio stabile del colore, dopo anni di sperimentazioni a macchia di leopardo. Le testimonianze dei tecnici aggiungono vita: appunti a matita, tarature serali, discussioni infinite su un rosso che virava troppo. La storiografia televisiva, sempre più attenta alle carte interne e agli archivi delle emittenti, continua a scovare dettagli che arricchiscono la narrazione.

La sorpresa più grande, forse, è proprio questa: scrostare l’aneddoto e trovare il mestiere. Dietro il mito della “prima volta” c’è un Paese che imparava un’arte nuova, e lo faceva di notte, calibrando quadri, prima di darci, finalmente, il colore del giorno.

Così, quando vi capiterà di rivedere le prime sigle di quella stagione — i fondali arancioni, i titoli con ombre blu, le orchestre in giacche lucide — ricordatevi da dove è partita la festa: da un pannello di barre silenziose. Era il colore che bussava alla porta. E quella volta abbiamo aperto.

Corrado Bertarelli
Corrado Bertarelli

Corrado Bertarelli ha lavorato in una videoteca storica di Milano, scoprendo gioielli nascosti della TV italiana. Appassionato di sigle televisive e varietà, raccoglie da decenni aneddoti sulle trasmissioni che hanno fatto epoca. Oggi scrive approfondimenti su cambiamenti e tendenze nella programmazione.